venerdì 15 giugno 2012

DEATHQUAKE: CHAPTER 2.3 UNDEAD VISIONS

La strada scorreva veloce al di là del finestrino della macchina e mentre la macchina tagliava il nero della notte come fosse burro, scivolando via rapida come una freccia, ma non altrettanto silenziosa, la mia mente correva a Jack rimasto con la figlia in mezzo a quel putiferio infernale di morte e sangue. Ce l’avevano fatta a fuggire? Troppi pensieri e troppe domande mi si accavallavano in testa, rischiavo il collasso da un momento all’altro per le troppe emozioni provate in poche ore, tuttavia sapevo che dovevo resistere  e che dovevo arrivare al più presto a Stoneville, la città vicina alla nostra per poter avvisare le forze dell’ordine che stava succedendo il finimondo. I pochi chilometri che separavano le due città sembravano interminabili e la statale sembrava infinita.
La strada sembrava stranamente deserta. Solitamente i mezzi pesanti viaggiano di notte su quella strada. Un senso di vuoto si stava impadronendo di me, lasciandomi attonito di fronte a quella solitudine momentanea. Eravamo quasi arrivati, presto avremmo potuto fermarci un momento da qualche parte, almeno per cercare di riprenderci. Nicolas si era addormentato con gli occhi gonfi di lacrime, sfinito per la stanchezza e lo ssconforto che si erano impadroniti di lui, soffocandolo in una morsa irresistibile.
Finalmente vidi il cartello che indicava l'ingresso a Stoneville. Sembrava tutto a posto. Entrammo in città sfrecciando rapidi come quando eravamo fuggiti dalla nostra città. Al solo varcare la soglia d'ingresso del paese il mio cuore rallentò quel battito a ritmo forsennato che iniziava a farmi male in petto. Chissà se qui è successo nulla. Chissà se hanno saputo di Elmtown. Queste domande si ripetevano all'infinito nella mia mente, insieme ad esse un'altra domanda, regnava sovrana sulle altre: sarà successo lo stesso anche qui?
Rallentammo la fuga, avevamo qualche chilometro a dividerci da Elmtown, probabilmente devastata da ciò che era accaduto alla nostra fuga. Passavamo gli incroci, il quartiere residenziale di Stoneville, non avevamo tempo per rimirare i bei giardini delle villette poste una accanto all'altra come tanti birilli.
Ad un lato della strada vidi un fast food. Eravamo fuggiti in tutta fretta, magari mangiare un boccone ci avrebbe fatto bene, dopotutto erano ore che non mettevamo nulla sotto i denti e la fame iniziava a sentirsi. Le luci del locale erano stranamente spente eppure sembrava aperto. Mi accostai e messa in folle la marcia dopo aver tirato il freno a mano scesi a controllare. Chiusa la portiera dietro di me, mi avvicinai alla porta di vetro ed un brivido gelido mi corse lungo la schiena, come se qualcosa o qualcuno da fiato glaciale mi avesse appena soffiato sul collo. Una butta sensazione si impadronì di me. Tornai alla macchina e ripartimmo diretti stavolta al dipartimento di polizia. Non ci volle molto fortunatamente i due posti non distavano molto uno dall'altro. Scesi dalla macchina chiudendo lentamente la portiera per non svegliare Nicolas e messa la sicura, mi diressi verso la porta del dipartimento. Imponente e lugubre, l'edificio si stagliava su di me, come se volesse crollarmi addosso o come se volesse attaccarmi egli stesso, scagliandomi addosso parti delle proprie mura. Anche li le luci sembravano spente. Qualche luce dentro andava ad intermittenza. Entrai.
Non si sentiva alcun rumore provenire dalle viscere dell’oscurità di quel posto, solo il buio giocava con la luce che andava e veniva, in una danza macabra che sembrava volerti invitar a danzare sulle note di quel silenzio surreale. È un posto di polizia, mi dissi, dovrebbe essere pieno di poliziotti ed invece non c’è nessuno! Ma che sta succedendo? L’ampia hall del dipartimento era in soqquadro come se vi fosse appena stato un uragano. In cuor mio iniziavo ad intuire, ma volevo conferme. Così mi inoltrai in quell’ampio salone. Arrivato al bancone mi voltai a destra. Un paio di piedi sporgevano da dietro un angolo di una scrivania ed il mio cuore sussultò. Lentamente mi avvicinai e feci la triste scoperta. Un’agente di polizia riversa al suolo, il cappello le era volato a terra ed il suo viso scarsamente illuminato era ricoperto da una maschera di sangue. Qualcuno le aveva sparato alla testa, un grosso foro sulla parte posteriore del cranio faceva capolino in mezzo alla chioma della donna, ormai priva di vita.
Guardai la cintura della donna e vidi che la pistola era ancora li. Mi chinai molto lentamente. Sapevo che mi avrebbe potuto tornare molto utile un’arma in quella situazione, così mi feci forza e mi allungai verso la vita della donna. Nonostante la calma, il cuore non accennava a rallentare la sua corsa furiosa, più mi avvicinavo, più mi sentivo stringere nel petto. Afferrato il calcio dell’arma con una mano, con l’altra tenni fermo il fodero e la estrassi. Improvvisamente qualcosa mi sfiorò una spalla. Mi voltai di scatto e puntai l’arma verso una figura scura. Versi incomprensibili uscivano dalla bocca di quell’essere. Deglutii e puntandogli la canna dell’arma al viso sparai. Quello cadde a terra con un tonfo sordo. Non ci pensai due volte, mi alzai di corsa e vidi che nella stanza c’erano altre due creature. Per mia fortuna ero vicino all’uscita e loro si muovevano lentamente, così correndo a zig zag riuscii a farmi strada verso la porta. Alcuni zombie, probabilmente allarmati dal colpo udito, si stavano avvicinando, tuttavia erano abbastanza lontani.
Corsi giù dalle scale che conducevano all’ingresso del posto di polizia ed in un soffio fui alla portiera. Nicolas nel frattempo s’era svegliato e gridava di terrore dentro all’abitacolo. Entrai di corsa in macchina e, senza pensarci due volte, girai la chiave e partimmo nuovamente.


di Alex Govoni
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